Stradina, il
tuo pensiero è lucido, la tua bellezza è nuova,
la tua età è senza fine, esistevi
già prima d'essere concepita.
La tua grazia somiglia una fanciulla
che si rivolta e si tira su, con le mani, i capelli.
Tu scendi e sali e non ti riposi mai
ma ecco a volte, tutt'ad un tratto, ti addormenti:
le tue ciglia sono socchiuse, le tue labbra appena schiuse,
sui sassi bianchi riposi e è tutto immobile intorno,
gli uccellini abbassano la loro voce,
gli alberi stanno immobili muti;
tu respiri piano e dei sogni dorati
entrano lentamente nella tua mente
con moti pieni di una speranza nuova.
"Sei bella - le dico -
perché sei così bella?"
e vado avanti e la vorrei prendere
ma lei va su sempre più su a zig zag,
gira così veloce le sue curve e riappare
sempre ogni volta dietro la curva che sale.
"Fermati un momento, ti voglio baciare!"
ma lei va su con i suoi piedini bianchi,
con i suoi moti celesti e mi sfugge sempre.
Ed ecco poi, tutt'a un tratto, si ferma.
Mi guarda e dice: "Non sono una fanciulla,
perché vuoi prendermi, perché vuoi baciarmi?".
Ed ecco io mi siedo; le sue parole mi vengono
e io leggo il libro della sua sapienza infinita;
i suoi pensieri sono baci sulla mia bocca e sul viso
e il suono delle sue parole è una musica che mi fa piangere.
Veniva ai vetri un'alba
luminosa,
m'ero svegliato, non so come,
ma come se ancora dormissi
o come se non ci fosse stato trapasso,
vedevo ai vetri l'alba, e mi pareva,
ora nella memoria a ripensarci,
vedendo la mia stanza di ragazzo
con il tavolo, i libri
e alla finestra le tendine bianche,
e mi pareva che come girasse
come sospesa, come se nel vento
senza fermarsi andasse...
Ma ancora vedo la stanza, c'è luce,
fuori stupisce il canto degli uccelli
e la rete di ferro delle rose
e l'orto di Marsilio, e in quale albero
gli uccellini? Nel bianco della luce
ora svegliàti, in quale albero sono?
In quale ramo saltano? Io la luce
vedo, io li sento, ma loro non vedo.
E va nel vento, s'allontana la stanza
nello spazio più azzurro e più profondo...
E tu uno a uno li vedi e li prendi
nelle tue mani luminose d'oro.
Non dire che la mia casa
è triste,
Non dire che la mia casa è sola.
Io l'ho lasciata, io non sono a lei più tornato
ed ecco lei è rimasta abbandonata.
Prima il tetto è caduto
poi anche i muri hanno incominciato a incrinarsi,
i mattoncini rossi del parapetto della scala
li hanno portati via,
hanno tolto le pietre ai gradini del patio.
Sono venuti i militari,
ne hanno fatto una piccola fortezza,
hanno messo del filo spinato, hanno sparato dei colpi,
tutto questo ha dovuto sopportare la mia casa.
Ma gli alberi intorno a lei sono cresciuti,
nel silenzio frusciavano le foglioline,
le ombre delle foglie accarezzavano i muri.
Ogni mattina l'alba, ogni sera il tramonto
sul patio la lonicèra profumava,
i fiori ancora fiorivano.
Il tetto lentamente cadeva, ma quante cose d'intorno,
quanta vita segreta che nessuno vedeva,
che nessuno sapeva,
facevano lieta la mia casa, riempivano la sua vita.
Camminare sulla tua via,
o sei tu, sentiero, che cammini dentro di me,
o sei tu la creatura
e io un cammino, una via.
Perché tu, come sei intero,
come sei fatto bene, e formato
in tutte le tue parti.
E quando ti incontro, mi sembri vivo
ché ti fai incontro a me, felice,
o quando ti batte la pioggia, e stai immoto
come le mucche, senza cercare un riparo,
e già chiacchiera l'acqua
e diventi un ruscello.
Che bello che questo
tempo
è come tutti gli altri tempi,
che io scrivo poesie
come sempre sono state scritte,
che questa gatta davanti a me si sta lavando
e scorre il suo tempo,
nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,
pure fa tutte le cose e non dimentica niente
- ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno -
e scorre il suo tempo.
Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni,
che non siamo diversi
da nessun altro che è vissuto e che è morto,
che è entrato nella morte calmo
come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.